domenica, agosto 03, 2008

Democrazia limitata - 4

Il caso Schifani- Travaglio
- e non il solo -
QUARTA ED ULTIMA PARTE
Per completezza di trattazione mi corre l’obbligo di fare un salto indietro nel tempo per far comprendere come la storia professionale del neo Presidente del Senato fosse di pubblico dominio a seguito della pubblicazione da parte de L’ESPRESSO
in un numero dello
AGOSTO 2002
dal seguente articolo:
“UNA VITA DA SCHIFANI
”inviato da
chicchina993
il precedente 14 maggio alle ore 23:41
Il dossier è a firma di
di
Franco Giustolisi e Marco Lillo

”Quando, dopo una settimana di nottate, blitz e tranelli ha portato a casa l'approvazione della legge sul legittimo sospetto, Renato Schifani ha sottolineato con il consueto senso delle istituzioni la sua vittoria sull'Ulivo:
“Li abbiamo fregati”.
Il capo dei senatori forzisti è fatto così.
È la mia chiarezza che dà fastidio alla sinistra, ha detto a un settimanale che gli ha dedicato un editoriale lodando lo stile Schifani.
Questo avvocato di 52 anni, nonostante il riporto e gli occhiali da archivista, è l'uomo prescelto da Silvio Berlusconi come volto ufficiale di Forza Italia.
E lui lo ripaga come può.
In un articolo sul "Giornale di Sicilia" dal titolo "Cavour e il conflitto di interessi" afferma che anche lo statista piemontese era in potenziale macroscopico conflitto di interessi perché aveva il giornale "Il Risorgimento", partecipazioni bancarie, grandi proprietà terriere e un'intensa attività affaristica.
Proprio come Berlusconi, insomma, eppure nessuno gli disse nulla.
Peccato che, come scrive Rosario Romeo a pagina 451 della sua biografia, Cavour appena diventò ministro decise in primo luogo di liquidare gli affari nei quali era stato attivo fino ad allora.
Ma Schifani per amore del capo è disposto a sfidare anche il ridicolo.
Come quando si fa riprendere in tv accanto al santino del leader neanche fosse Padre Pio.
Avvocato civilista e amministrativista, 52 anni, sposato e padre di due figli, amante delle isole Egadi, è stato eletto nel collegio di Corleone, cuore di quella Sicilia che ha dato il cento per cento degli eletti a Forza Italia.
Per descrivere l'eroe del legittimo sospetto, l'uomo che ha scavato nottetempo la via di fuga dal processo milanese per Berlusconi e Previti, si potrebbe partire dalle sue radici democristiane.
Ma applicando alla lettera il suo credo, non bisogna usare il politichese ma parlare con serenità il linguaggio dell'uomo comune, sarà meglio partire da una constatazione: il capo dei senatori di Forza Italia è stato socio di affari (leciti) con presunti usurai e mafiosi.Sua eccellenza Filippo Mancuso, solitamente bene informato, ha definito così il suo ex compagno di partito:
“un avvocato del foro di Palermo specializzato in recupero crediti”.
Schifani gli ha risposto con una lettera in cui difende la sua onesta e onorata carriera e nega di avere mai svolto una simile attività.
Negli archivi della Camera di Commercio di Palermo risulta per una società, oggi inattiva, costituita nel 1992 da Schifani con Antonio Mengano e Antonino Garofalo: la Gms.
L'avvocato Antonino Garofalo (socio accomandante come Schifani) è stato arrestato nel 1997 e poi rinviato a giudizio per usura ed estorsione nell'ambito di indagini condotte dal sostituto Gaetano Paci della Procura di Palermo.
L'ex socio di Schifani è ritenuto il capo di un'organizzazione che prestava denaro nella zona di Caccamo chiedendo interessi del 240 per cento.
Schifani non è stato coinvolto nelle indagini ma certo non deve essere piacevole scoprire di essere stato socio con un presunto usuraio in un'impresa che come oggetto sociale non disdegnava.
L'attività esattoriale per conto terzi di recupero crediti e l'attività di assistenza nell'istruttoria delle pratiche di finanziamento....Schifani è stato sempre sfortunato nella scelta dei compagni delle sue imprese.
In un rapporto dei carabinieri del nucleo di Palermo, di cui "L'Espresso" è in grado di rivelare i contenuti, si ricostruisce la storia di un'altra strana società di cui il capogruppo di Forza Italia è stato socio e amministratore per poco più di un anno. Si chiama Sicula Brokers, fu istituita nel 1979 e oggi ha cambiato compagine azionaria.
Tra i soci fondatori, accanto a un'assicurazione del nord, c'erano Renato Schifani e il ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia, nonché soggetti come Benny D'Agostino, Giuseppe Lombardo e Nino Mandalà.
Nomi che a Palermo indicano quella zona grigia in cui impresa, politica e mafia si confondono.
Benny D'Agostino è un imprenditore condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e, negli anni in cui era socio di Schifani e La Loggia, frequentava il gotha di Cosa Nostra.
Lo ha ammesso lui stesso al processo Andreotti quando ha raccontato un viaggio memorabile sulla sua Ferrari da Napoli a Roma assieme a Michele Greco, il papa della mafia. Giuseppe Lombardo invece è stato amministratore delle società dei cugini Ignazio e Nino Salvo, i famosi esattori di Cosa Nostra arrestati da Falcone nel lontano 1984 e condannati in qualità di capimafia della famiglia di Salemi.
Nino Mandalà, infine, è stato arrestato nel 1998 ed è attualmente sotto processo per mafia a Palermo.
Questo ex socio di Schifani e La Loggia era il presidente del circolo di Forza Italia di Villabate, un paese vicino a Palermo e proprio di politica parlava nel 1998 con il suo amico Simone Castello, colonnello del boss Bernardo Provenzano mentre a sua insaputa i carabinieri lo intercettavano.
Mandalà riferiva a Castello l'esito di un burrascoso incontro con il ministro Enrico La Loggia, allora capo dei senatori di Forza Italia.
Mandalà era infuriato per non avere ricevuto una telefonata di solidarietà dopo l'arresto del figlio (poi scagionato per un omicidio di mafia).
E così raccontava di avere chiuso il suo colloquio con La Loggia:
Siccome io sono mafioso ed è mafioso anche tuo padre che io me lo ricordo quando con lui andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga. Lo posso sempre dire che tuo padre era mafioso.
A quel punto lui si è messo a piangere.
La Loggia ha ammesso l'incontro ma ne ha raccontato una versione ben diversa.
E anche Mandalà al processo ha parlato di millanteria.
Nella stessa conversazione intercettata Mandalà parlava di Schifani in questi termini:” Era esperto a 54 milioni all'anno, qua al comune di Villabate, che me lo ha mandato il senatore La Loggia”. Schifani è stato sentito dalla Procura e, senza falsa modestia ha spiegato con la sua bravura la consulenza e lo stipendio: Il mio studio è uno dei più accreditati in campo urbanistico in Sicilia.
Ma per La Loggia sotto sotto c'era una raccomandazione:
Parlai di Schifani con Gianfranco Micciché (coordinatore di Forza Italia in Sicilia) e dissi: sta sprecando un sacco di tempo e quindi avrà dei mancati guadagni facendo politica.
Vivendo lui della professione di avvocato dico se fosse possibile fargli trovare una consulenza.
È un modo per dirgli grazie.
E allora parlammo con il sindaco Navetta.
Il sindaco Navetta è il nipote di Mandalà e il suo comune è stato sciolto per mafia nel 1998.Il capogruppo di Forza Italia è stato sfortunato anche nella scelta dei suoi assistiti. Proprio un suo ex cliente recentemente ne ha fatto il nome in tribunale.
La scena è questa: Innocenzo Lo Sicco, un mafioso pentito, il 26 gennaio del 2000 entra in manette in aula a Palermo e viene interrogato sulla vicenda di un palazzo molto noto in città, quello di Piazza Leoni.
Le sue parole fanno balenare pesanti sospetti: L'avvocato Schifani ebbe a dire a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il governo Berlusconi perché, così mi disse, fecero una sanatoria e lui era riuscito a farla pennellare sull'esigenza di quegli edifici.
Era soddisfattissimo.
Perché lo diceva a me? Ma perché io lo avevo messo a conoscenza di qual era la situazione, l'iter, le modalità del rilascio della concessione.... La Procura dopo aver analizzato le parole del pentito non ha aperto alcun fascicolo per la genericità del racconto.
Comunque la storia di questo palazzo, scoperta dal giornalista de "la Repubblica" Enrico Bellavia, è tutta da raccontare.
Comincia alla fine degli anni Ottanta quando Pietro Lo Sicco, imprenditore finanziato dalla mafia e zio di Innocenzo, mette gli occhi su un terreno a due passi dal parco della Favorita, una delle zone più pregiate di Palermo.
Lo Sicco vuole costruirci un palazzo di undici piani ma prima bisogna eliminare due casette basse che appartengono a due sorelle sarde, Savina e Maria Rosa Pilliu, che non vogliono svendere.
Pietro Lo Sicco le minaccia e le sorelle si rivolgono alla polizia.
Ma la mafia è più lesta della legge: Lo Sicco ottiene la concessione edilizia grazie a una mazzetta di 25 milioni di lire e comincia ad abbattere l'appartamento a fianco. Quando le sorelle vedono avvicinarsi il bulldozer cominciano ad arrivare nel loro negozio i fusti di cemento.
Il messaggio è chiaro: finirete lì dentro.
Lo Sicco smentisce di essere il mandante ma la Procura offre alle Pilliu il programma di protezione.
Oggi le sorelle sono un simbolo dell'antimafia: vivono proprio nel palazzo costruito da Lo Sicco e confiscato dallo Stato.
Il costruttore è stato condannato a 2 anni e otto mesi per truffa e corruzione a cui si sono aggiunti sette anni per mafia.All'inaugurazione del nuovo negozio costruito grazie al fondo antiracket, il senatore Schifani non c'era.
Era dall'altra parte in questa vicenda.
Il suo studio ha difeso l'impresa Lo Sicco davanti al Tar.
Il pentito Innocenzo Lo Sicco, ha raccontato che lui stesso accompagnava l'avvocato Schifani negli uffici per seguire la pratica.
Certo all'epoca l'imprenditore non era stato inquisito e il senatore non poteva sapere con chi aveva a che fare anche se il genero di Lo Sicco era sparito nel 1991 per lupara bianca.
In quegli stessi anni Schifani assisteva anche altri imprenditori che sono incappati nelle confische per mafia, come Domenico Federico, prestanome di Giovanni Bontate, fratello del vecchio capo della cupola Stefano.
Un settore quello delle confische che il senatore non ha dimenticato in Parlamento. Quando ha presentato un progetto di legge (il numero 600) per modificare la legge sulle confische e sui sequestri.

Acqua passata direte; certo, chiunque può nel corso della propria vita redimersi e passare a comportamenti irreprensibili sotto tutti i punti di vista.
C’è da chiedersi però il perché due anni or sono questo dossier ebbe a passare del tutto inosservato senza che venissero sollevati “schiamazzi” sia da parte dell’interessato che dalla sua stessa corrente politica.
Allora non avvenne nulla perché Schifani era solamente un semplice senatore, anche se capeggiava il suo gruppo, mentre adesso rappresenta la seconda carica dello Stato, colui che dovrà fare le veci del presidente della Repubblica nel caso di un suo qualsiasi impedimento.
Ma allora il Presidente del Senato, una carica super partes, dovrebbe rispondere a quanto scritto da
Sebastiano Messina
su
La Repubblica
giovedì 24 luglio 2008
nella sua rubrica
BONSAI
dal titolo
IL RIPORTISTA PENTITO
“Renato Schifani non deve ancora aver capito bene a quale carica l’hanno eletto. Il primo indizio ce lo diede subito dopo essersi insediato, presentandosi una sera a casa di Berlusconi.
Qualcuno gli fece allora notare che il Presidente del Senato non va col cappello in mano in casa altrui.
E così ieri lui, memore di quelle critiche, ha pensato bene di far venire Berlusconi a casa sua.
Purtroppo la toppa è stata peggiore del buco, perché il Premier si è presentato con Letta e Tremonti per una colazione di lavoro – come se il Senato fosse una controllata del governo -.
Ora, a dire la verità, neanche noi riusciamo a capacitarci che l’ex riportista pentito sia davvero la seconda autorità della Repubblica.
Ma Berlusconi – almeno lui, che lo ha messo a sedere su quella poltrona – dovrebbe far finta di crederci, anziché trattarlo pubblicamente come il direttore marketing di Telecinco”.

A me personalmente viene facile tradurre in una sola frase questa vicenda:
Non è la carica che rende importante un uomo bensì è l’uomo che rende importante la carica rivestita”.
Non so, invece, come la pensiate voi.

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